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Project Suncatcher: Google testa i TPU AI in orbita
AI & Software

Project Suncatcher: Google testa i TPU AI in orbita

Google porta in orbita un prototipo con TPU per Project Suncatcher, moonshot sui data center AI spaziali. Missione Transporter-18 con SpaceX e Planet: non è un data center operativo, ma un test di sopravvivenza dell'hardware.

MarcostoxMarcostox26 settembre 2026 3 minuti di lettura

Google ha aggiornato Project Suncatcher, il moonshot di ricerca che studia se lo spazio possa ospitare infrastrutture di machine learning su larga scala. Nel post ufficiale del 24 settembre, l'azienda spiega che il primo test in orbita è pronto: un satellite prototipo porterà in bassa orbita terrestre i suoi Tensor Processing Units (TPU) per capire se i chip AI reggono vibrazioni di lancio, radiazioni e sbalzi termici. Per chi segue l'AI consumer il punto non è un servizio nuovo sul telefono: è la corsa industriale a spostare il calcolo dove c'è più energia solare e meno attrito terrestre.

La missione viaggia sul rideshare Transporter-18 di SpaceX, in partnership con Planet. Google sottolinea che lo scopo è raccogliere dati in orbita su come i TPU affrontano lo stress fisico del volo e gli estremi di radiazione e temperatura — non dimostrare un data center orbitale già operativo. Il passo successivo dichiarato resta il 2027, con due satelliti per provarne i collegamenti laser ad alta banda.

Perché lo spazio, e cosa si testa ora

In bassa orbita, spiega Google, i pannelli possono produrre fino a circa otto volte più energia solare che a terra, con luce quasi continua. L'ipotesi di lungo periodo è collegare costellazioni di satelliti per carichi AI più grandi. Prima, però, serve una risposta banale e difficile: l'hardware AI sopravvive là fuori? Il team ha scosso il satellite sui tre assi per simulare il lancio (fino a decine di g sui componenti) e ha esposto i TPU Trillium a fasci di protoni al Crocker Nuclear Laboratory di UC Davis mentre giravano workload AI, con dose ionizzante dichiarata superiore a quella di una missione quinquennale. Alcune cose, scrive Google, si possono verificare solo in orbita.

Il raffreddamento è il nodo duro: nel vuoto non c'è aria, solo radiatori. Google parla di heat pipe e radiatori già provati in camera termovuoto; in orbita misurerà quanto il sistema tiene. Fonti indipendenti sul primo «MVP» citano quattro TPU e circa un kilowatt di potenza solare, con sessioni di calcolo brevi (dell'ordine di quindici minuti) prima di dover raffreddare — claim da verificare sui dati di missione, non da Google come scheda definitiva del prodotto.

Cosa cambia (e cosa no) per il lettore

Non arriva un Gemini «dallo spazio» nei prossimi giorni. Arriva un esperimento: se i TPU tengono, Google avrà una base per disegni futuri con decine di chip per satellite e cluster collegati al laser (precisione paragonata, nel post, a colpire una moneta a chilometri di distanza mentre entrambi i punti si muovono). Per l'Italia e l'Europa il segnale utile è industriale: mentre a terra i data center AI fanno i conti con energia, raffreddamento e opposizione locale, Big Tech prova a spostare parte del calcolo in orbita. Resta un moonshot: anni, non settimane, separano il prototipo da un servizio reale.

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